La Fiaba come racconto del sé: la voce, l’ascolto, la memoria, la consapevolezza.

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa che colpisce quando ci si avvicina come lettore o ancor meglio come, “ascoltatore” al mondo delle fiabe, è il loro mondo ordinato, i loro colori netti, le figure dai contorni certi, le parole dal significato condiviso, gli orizzonti sicuri. Il bene è il bene, il male è il male, le pietre sono pietre, i boschi sono boschi, gli uomini sono uomini, le donne sono donne, l’ amore è l’ amore e le lacrime sono lacrime. Non ci sono nebbie o tramonti, ma soli turgidi e ombre schiette. Un mondo di meriggi limpidissimi e di notti profondissime.

A ben vedere però la nitidezza delle cose e degli stati d’ animo, dei luoghi, degli orizzonti e dei personaggi rimanda sempre a qualcos’altro o più precisamente a qualcosa che è oltre. Ma cos’è quest’ oltre? Dov’ è l’ oltre della fiaba?

Sbaglieremmo se cercassimo d’ identificare quest’ oltre con un luogo geografico, con una meta o con un oggetto.

L’ oltre della fiaba rappresenta, più che un luogo, un desiderio. È il desiderio di capire il mondo, di scoprirne le leggi, di trascenderne i limiti, d’ abbracciare il mistero della vita nel tripudio delle sue forme, d’ affermare la propria volontà di conoscenza. La fiaba è il racconto del desiderio della vita che vuol giungere a compimento, proprio come un fiore che si prepara a sbocciare a primavera. È il desiderio di chi vuol partire e scopre all’ orizzonte i primi segni dell’ alba che lo invita a mettersi in cammino.

L’ oltre della fiaba è, per dirla in breve, la coscienza di chi ascolta il racconto.

Questo è il non-luogo dove la parola diventa un sentiero che ci porta al centro della nostra anima e dove il racconto diventa consapevolezza del proprio destino personale. La fiaba racconta attraverso una “grammatica di simboli“ (Campbell) la storia di ognuno di noi, in quanto uomo (e donna), i suoi drammi, le soglie da superare, le distanze da colmare, i boschi e i mari d’ attraversare, le montagne da scalare.

Tutto diviene nella fiaba tappa di uno sviluppo interiore, simbolo di un cammino eroico o meglio l’ archetipo di un mondo mitico. Nella fiaba si ripercorre il dramma interiore del divenire dell’ uomo. La necessità di scendere nelle vertiginose profondità del proprio inconscio per riappropriarsi del proprio destino, come nella storia del “Re Portogallo“.

Anche per queste ragioni Tommaso Margari scrive nella sua prefazione che la fiaba contiene “il seme della guarigione umana“. La guarigione dall’ impoverimento spirituale, dall’ imbarbarimento odierno, dall’ assurdità rumorosa della cosiddetta civilizzazione che ci separa dalla fonte zampillante del nostro essere, dalla natura, dal silenzio dell’ estasi del viandante dinanzi al cielo stellato. La guarigione come espressione del recupero di quello che è più propriamente umano: della luminosa consapevolezza delle proprie origini, dell’ orizzonte dorato di senso che tiene insieme il “sopra e il sotto“, della certezza felice di una coscienza infinita.

 

Si avverte nell’ ascolto della fiaba che il racconto ci appartiene. Si percepisce una sorta di “somiglianza“ con le nostre esperienze. La fiaba ci racconta, racconta la nostra storia, le nostre paure e le nostre speranze, il nostro desiderio di superare ogni dualismo e ogni divisione. È il racconto del raggiungimento del Sé.

D’ altronde l’ uomo è un essere narrativo, nel senso che il suo percorso individuale può esser colto pienamente soltanto nel momento in cui il racconto della sua storia viene reso visibile. In questo senso la fiaba descrive le “fondamenta nascoste“ (Jung) che reggono questo processo di dispiegamento o meglio le sorgenti eterne da cui esso trae il suo nutrimento.

Le figure della fiaba sono “tipi“, cioè forme simboliche che trasportano un significato eterno, come insegna il Drewermann. Eterno e dunque necessario. D’ altro canto le fiabe rappresentano l’ universo della necessità, di ciò che accade perché deve accadere. Non un mondo di fatti di cui si viene a conoscenza, ma un mondo di evidenze che chi ascolta scopre lentamente dentro di sé. Le fiabe mostrano un cammino, un movimento, un dispiegamento, uno sviluppo. È il dischiudersi dell’ evento mitico, il suo farsi udibile, il suo trasmutarsi in parola e racconto. Raccontare significa colmare il vuoto tra il prima (del racconto) e il dopo (l’ ascolto). Colmare la differenza tra due punti temporali in cui si colloca una crescita, un allargamento della coscienza, un disvelamento, una rivelazione. Jung la chiamava individuazione. La scoperta, o forse meglio, la nascita del Sé, che è il luogo nella nostra coscienza dove tutto diviene UNO.

 

Non solo chi ascolta, ma anche chi racconta è partecipe di questa crescita. Nel racconto chi racconta e chi ascolta crescono assieme. Il racconto diventa relazione.

Le fiabe non vanno dunque lette, ma raccontate. Il suono, la voce di chi racconta e il silenzio di chi ascolta formano un’ unità dolcissima. La voce è lo splendore dell’ oltre e dell’ altro. Solo nella dimensione orale, del dire, può manifestarsi la pienezza simbolica della fiaba. La voce dell’ altro è invito a cercar l’ oltre. L’ oltre di Sé e del Sé. Nel buio della propria anima o come si legge nelle fiabe, nella “pancia della balena“. Solo in questo nuovo grembo materno, come lo interpretava Campbell, si può rinascere alle cose, al vento, ai profumi, all’ ascolto. Ascoltare il racconto è cercare il respiro della propria origine e del proprio destino personale nella voce

dell’ altro. Quella voce che è la dimora dell’ anima del mondo, del mondo di cui parla e da cui è parlata.

Non si ascolta il racconto (della fiaba) per capirlo, ma per ritornare a vedere, per gettarsi nelle braccia dell’ universo per farsi cullare dalla sua infinità. Sono immagini, colori e sentieri e non parole da decifrare. Osservate i bambini mentre ascoltano una fiaba. Sono immersi nella voce dell’ altro. Il racconto si manifesta nella coscienza di chi ascolta. Questo significa crescere. Accogliere l’ alito d’ amore di cui vive la voce di chi racconta. Le fiabe sono quest’ alito che avvolge il mistero dell’ innocenza dei bambini.

 

Tommaso Margari ci presenta l’ immagine eterna di quest’amore attraverso i ricordi di nonna Lucia: d’ inverno, dei bambini seduti attorno al braciere, il racconto, la voce d’ amore della madre che accompagna figlie e figli in questo viaggio ai confini del silenzio. Un mondo immoto in cui tutto rimane apparentemente uguale a se stesso: “… Trascorrevamo tutta la sera la così.”  E poi alla fine del racconto, la memoria del racconto. Si porta per sempre nel proprio cuore il ricordo della voce che ci ha amato. Chi ha ascoltato diviene a sua volta voce che racconta: “…e ci raccontavamo anche queste storie che avevamo imparato...”

La voce, l’ ascolto, la memoria, la consapevolezza: queste sono le tappe della crescita di chi viene amato ed essendo amato non prenderà mai commiato da quel mondo di magie e di misteri in cui è immerso il tempo sereno dell’infanzia. Forse le fiabe vogliono insegnarci proprio questo, che l’amore è ricordo e che la memoria è soltanto la consapevolezza di un amore eterno.

 

 

 

Pommersfelden, 9 Aprile 2015

Cosimo Mangione

docente presso il Politecnico di Norimberga in Germania