Le fiabe che seguono sono la trascrizione fedele delle storie che mia nonna mi raccontava da piccolo e che ora, arrivata all’età di 86 anni, ha deciso di narrare di fronte a una telecamera. Questo per fermare qualcosa che è inesorabilmente morto a causa di una serie di eventi che hanno allontanato l’uomo dalla sua fonte primaria per impedirgli di acquisire coscienza di se stesso. Le fiabe, infatti, trasportavano il seme della rigenerazione nonché della guarigione umana.

Appartengono al territorio di Soleto, paese nel cuore del Salento, ma i miti e i simboli che traghettano sono proprietà dell’umanità intera. Per me è stata un’emozione grandissima ascoltare fiabe apparentemente senza significato che, invece, narravano vicende archetipiche rintracciabili nelle mitologie di tutto il mondo. Fiabe che descrivono il viaggio dell’eroe alla ricerca di se stesso nelle profondità della psiche umana. È qui infatti che troviamo eventi che fanno riferimento alla genesi dell’universo e alla sua evoluzione attraverso le varie creazioni secondarie. Come può una fiaba contenere in sé tutta questa conoscenza? E come può gente apparentemente senza cultura esprimere attraverso la narrazione un’alchimia così sottile? C’è una sola spiegazione possibile. Portiamo  nel nostro inconscio le istruzioni di come abbiamo creato l’universo poiché noi siamo dio e siamo stati noi i creatori di quest’universo virtuale che muta in ogni istante a seconda della consapevolezza con la quale lo osserviamo. E le fiabe traghettano questa conoscenza che, inconsciamente, tutti ci portiamo dentro e che si esprime attraverso il simbolo e il mito, fotografia dell’eterno presente.

Questi racconti servivano a uccidere il tempo ma ancor più a dare valore al tempo. Come narra mia nonna: Quando io ero piccolina, soprattutto d’inverno, poiché d’estate, per il caldo, ci sedevamo fuori per strada e giocavamo, ci mettevamo attorno al braciere. Avevamo un braciere di quelli grandi, una ruota fatta di legno. Là, in mezzo, c’era una bacinella piena di cenere. Con la carbonella la mamma faceva il fuoco. Ci mettevamo a ronda intorno a questo misero fuoco e ci raccontavamo le fiabe e tanti altri racconti.

Ognuno di noi diceva il racconto suo. Alcune volte la mamma cominciava un racconto e poi dicevamo: “Adesso dì tu il racconto e poi quando finisci di raccontarlo dico quest’altro io”. Mia sorella più grande sapeva altri racconti e ce li narrava. Trascorrevamo tutta la sera così, fino alle sei o al massimo le sette. Poi andavamo tutti a dormire.

Questi racconti ce li raccontava la mamma mia e lei, a sua volta, li aveva imparati dalla mamma sua, dagli anziani. Oppure accadeva che mia sorella, la più grande, aveva appreso un altro racconto dalla nonna poiché lei trascorreva più tempo con lei. E lei, a volte, ci raccontava la fiaba che le aveva narrato la nonna. E anche lei ci raccontava le storie, i fatti, gli avvenimenti dell’antichità.

Mio padre, invece, lavorava. Era un calzolaio e stava seduto al banco di lavoro. Noi invece stavamo sedute vicino al fuoco e ci raccontavamo queste cose nel mentre filavamo la canapa che ci portava qualche persona. Matasse grosse di canapa. Tutte noi avevamo il fuso e ognuna filava accanto al braciere. Filavamo la canapa e ci raccontavamo queste storie e trascorrevamo la serata in questa maniera. Mia madre aiutava anche mio padre nel suo lavoro giacché possedeva una macchina che cuciva le mascherine delle scarpe e così ogni tanto lasciava di filare la canapa o la bambagia e cuciva una mascherina che serviva a mio padre. Quando terminava di cucire la mascherina si sedeva di nuovo accanto al braciere e ricominciavamo a parlare fin quando, pian piano, ritornavano questi racconti. Insomma, ce li tramandavamo fra donne.

La mamma della nonna mia era ricca. La chiamavano “la massaia ricca”, veniva dalla Sicilia. A quel tempo in Sicilia potevi recarti solo con il cavallo. Era lontana, non potevi andare. La nonna mia,- poverina!- perdette tutta la proprietà della mamma sua venendo qui; tutta l’eredità che le toccava e rimase qui senza proprietà, chissà dove andò a finire la proprietà dei genitori suoi. Era lei che raccontava alla mamma queste storie.

Quando mia madre ce li narrava aveva una quarantina d’anni. Mio fratello grande aveva diciassette anni, studiava nell’altra stanza al lume di candela quando ce n’era una oppure con la luce della luna che entrava dalla finestra. Io avevo sei anni, l’altro mio fratello ne aveva tre, le altre mie due sorelle una tredici e l’altra quattordici. Eravamo cinque figli in tutto.

Da grandicelle, d’estate, giocavamo fuori per strada, certe volte a nascondino o a ronda. Poi, quando ci stancavamo di giocare, ci sedevamo tutte a ronda davanti al castello di casa nostra e ognuna diceva il racconto che conosceva. Tra di noi ci raccontavamo queste storie. Io avevo una quindicina d’anni. Questo accadeva sino a sedici anni. Poi non più. Io già a quattordici anni ero fidanzata e a diciotto mi sposai. Noi, sino a quindici anni, giocavamo ancora a nascondino e ci raccontavamo anche queste storie che avevamo imparato dai nostri avi e cosa succedeva poi d’estate? Accadeva che ci trasferivamo in campagna; ogni famiglia andava ai poderi suoi e noi ragazze, quando ci incontravamo, ci riunivamo e ognuna di noi raccontava le storie che aveva appreso dalla sua famiglia.

Erano storie tramandate da generazione in generazione, tramite le nostre famiglie, gente che veniva da fuori non ce n’era. E chi vedeva gente forestiera! Stranieri non c’erano a quell’epoca, durante la guerra c’erano solo i militari che stavano tutti dentro il castello. Loro erano forestieri ma non si avvicinavano alle ragazze. Una ragazza non poteva parlare con un militare, anche se un militare impazziva per una ragazza.

Nel mio paese c’era un vecchio, proprio vecchio, cieco, però lavorava ugualmente. Lo accompagnava la moglie, faceva “lu petraluru”, rompeva pietre. Lavorava tutto il giorno. Anche lui la sera si metteva a raccontare fiabe. Lui abitava sotto a un portone di pietra con un cortile davanti la porta di casa. E qui, arrivata la sera, tutti i vicini andavano da lui e si riunivano in quel cortile. Si mettevano a ronda sotto al portone sedendosi su dei massi belli, perfetti, che lui aveva sistemato perché la gente potesse sedersi. Sopra a queste pietre grosse la gente si sedeva magari poggiando qualche cuscino sul masso. Quelle erano le sedie di allora. Lui si sedeva al centro e tutta la gente intorno a lui.

Anche noi andavamo là. Noi eravamo piccole, ma c’erano le persone più grandi, le vicine di casa e lui cominciava racconti lunghissimi, proprio storie lunghe che, per quanto erano lunghe, non riusciva a finire di raccontarle in una sera e le narrava a puntate. Una sera raccontava un pezzo del racconto, quando si stancava diceva: “Beh! Per questa sera basta, domani continuerò il racconto” e terminava, e tutti ritornavano a casa. “Ci vediamo domani sera!” dicevamo noi tutte dandoci la buonanotte. L’indomani la stessa storia: la moglie lo portava sulle strade, lo faceva sedere su un masso, lui rompeva pietre; la moglie stava là vicino, gli metteva accanto le pietre piccole su un masso grande e lui dava colpi con il martello. A una certa ora ritornavano a casa. La sera nuovamente sotto al portone di casa sua. Lui aveva sempre storie da raccontare. Per tutta l’estate o quasi, tutte le sere, la gente si riuniva sotto al portone di casa sua. Io non so da chi li aveva imparati questi racconti. Era assai vecchio. Non lo so. Erano bei racconti, ma raccontava anche storie di guerra, lui aveva combattuto la guerra del 1918, e raccontava ciò che aveva fatto, quello che era successo durante la guerra, gli amici che morivano dinanzi a lui e lui che cercava di aiutarli. È possibile pure che qualche storia l’avesse appresa anche da là. Però raccontava storie bellissime, romanzi che non so neanche io dove andava a trovarli. Romanzi interi! E di certo, essendo cieco, non poteva averli letti dai libri. Era cieco da una vita!

In realtà le fiabe furono trasmesse per molto tempo non solo ai bambini ma anche ai giovani e agli adulti rappresentando a quel tempo la forma principale d’intrattenimento. Trasportavano gli archetipi fondamentali dell’universo creato, ma anche il tessuto sociale insieme alla personalità di chi le raccontava che non faceva altro che dare enfasi a qualche elemento fiabesco oppure farlo regredire.

Immaginiamoci per un attimo riuniti attorno a un braciere. Facciamo rivivere, nel mentre leggiamo queste fiabe, tempi passati ma col potere di renderli reali ogni qualvolta ne abbiamo la necessità, con tutta la forza della magia.

Nell’immaginare una stanza buia di una notte d’inverno, illuminata a tratti dalla luce fioca di un braciere mezzo ardente, con i nostri volti simili a presenze fugaci, col freddo nel corpo e col calore del fuoco acchiappato tra le mani, e con la nostra Anima in cerca di se stessa, auguro a tutti voi buona lettura e buon viaggio nel misterioso mondo delle fiabe tramandate.

 

Tommaso Margari