La magia, la falena e la luce

 

ne “La danza dei rubini colorati

 

 

 

 

 

 

 

Definire la magia non è cosa semplice. Si potrebbe dire che essa rappresenta lo sguardo di una coscienza pura sul mondo. La magia è un modo di guardare il mondo. Nulla di più. Dunque non si tratta di conoscere formule misteriose, di parlare lingue che nessuno parla, di leggere testi polverosi. Queste sono volgarità. La magia è essenzialmente uno  sguardo di limpido amore oltre il confine delle cose, oltre l’orizzonte angusto del visibile, oltre il dolore della separazione. La magia è sempre unione, ricongiungimento, ricomposizione. Uno sguardo che trasforma le cose, le rende consapevoli di se stesse  e dunque le fa esistere, perché l’ esistenza è consapevolezza. Ma la magia è anche il luogo dell’incontro della vita con se stessa, dell’uomo col suo universo interiore. È un incontro che “trasmuta – per usare un termine caro agli alchimisti –, restituisce alle cose la loro innocenza, la loro purezza. Ecco l’oro degli alchimisti. Un simbolo per un mondo chiaro, lucente, dorato come le prime luci dell’alba. La magia è il desiderio di un mondo che vuol ritornare ad essere innocente. Ed innocenza significa la libertà delle cose d’essere se stesse, una luce che rende le cose libere di donarsi e rivelarsi al mistero della vita. Magia e innocenza. L’oro della conoscenza è la purezza di un cuore che sa aspettare che le cose si rivelino al suo sguardo.

 

 

 

Se definire la magia è difficile, diventare un mago è qualcosa di semplicissimo. È sufficiente imparare a dis-imparare, come direbbero gli orientali. Essere maghi significa rinunciare a fare domande al mondo, per poter finalmente ascoltare le sue risposte. Togliersi dagli occhi travi e pagliuzze per riscoprire lo splendore silenzioso della lontananza. Cogliere l’origine del tempo con gli occhi sprofondati nell’aurora di ogni attimo. Accarezzare la voce ventosa della memoria senza volerla possedere, abbandonandosi alle sue onde. Essere eredi dei propri ricordi, pur dimenticando lo scintillio delle proprie esperienze. Continuare a raccontare le storie di cammini e viaggi, senza raggiungere alcuna meta.

 

 

 

Voler raccontare la storia di un mago significa dunque voler raccontare la storia di un discepolo della realtà. Non di una dottrina, di una verità, di un dogma, ma di un discepolo delle cose che mutano continuamente, si rincorrono, trattengono il respiro sulla soglia della vita per interrogare l’uomo sulla sua vita. È su questa soglia tra l’appartenersi e il donarsi che le cose schiudono al mago la propria bellezza. E lui cerca di afferrare questa bellezza che è come una semenza dell’infinito gettata nel cuore dell’uomo. Il mago cerca di stringerla forte al petto prima che essa diventi ricordo o grido o parola. Afferrare la bellezza delle cose per farne un volto. Un volto d’amore.

 

 

 

Tommaso Margari ci racconta una di queste storie. La storia di un “mago che ama il mondo pur odiandolo. Di quel mago che Giuseppe Castiglione già nel 1839 definiva essere il “figlio prediletto di Belbezù. Il “principe de’ stregoni del secolo XV, temuto, abborrito da tutti, ma da tutti ricercato”.

 

 

 

Matteo Tafuri passeggia di notte. Egli appartiene alla notte. Si ferma, alza lo sguardo al cielo per scrutare nell’oscurità luminosa degli astri. Nel mentre si offrono allo sguardo del lettore gli abissi della sua tormentata coscienza, le vette del suo pensiero, la solitudine del suo desiderio. Matteo è un uomo che ha familiarità con l’universo e i suoi profondissimi misteri, ma che allo stesso tempo vive da esule e da “spaesato nel suo paese. È proprio quest’indicibile vivere sul limite tra estraneità e vicinanza, tra presenza e assenza, tra appartenenza a se stessi e schiavitù che rende Matteo una figura del nostro tempo, che è il tempo dei margini senza centro e del cammino senza un fine. Tempo di falene che odiano la luce.

 

 

 

Pur amando quest’immagine così dolce di un Matteo notturno, amante di lune dormienti e di mondi tramontati, di sentieri assonnati e di penombre appena rischiarate, pur amando tutto questo, a me piacerebbe vederlo passeggiare per il suo paese in pieno giorno. Quando il sole urla i propri colori di fuoco. Quando i bambini giocano saltellando nel caldo torrido di una giornata estiva. Quando ogni lontananza scompare nella tempesta di una luce opprimente. Quando la percezione naufraga nel passare tra la cruna di un cielo luminosissimo. Lì solo si può essere maghi. Mentre la vita celebra i propri suoni, i propri amori, le proprie meraviglie, mentre celebra la sua continua rinascita dalle ceneri della notte. Mentre la vita cerca di abbracciare a braccia tese i suoi figli prediletti. I figli del sole. Lì mi piacerebbe vedere Matteo sorridere. Nel baciare la terra che custodisce le sue lacrime, nell’interrogare le foglie che cadono per capire meglio il vento, nel riposare aggrappato al sogno di un olivo sprofondato nel meriggio. Lì solo si può essere uomini e dunque maghi. Lì si può amare veramente. Perché il vero mago è amante della bellezza del mondo. È colui che ha intuito che la vita è un’estasi di luce.

 

 

 

Il mondo è pensiero. Non irrealtà o illusione, ma un dolcissimo pensiero. Matteo si muove sul confine dello sguardo e pensa le cose oltre lo sguardo. Il suo mondo inizia al di là dei nomi delle cose. Perché i nomi celebrano l’assenza delle cose. È lì che nasce il pensiero e col pensiero il dolore. Dall’incontro dello sguardo con le cose.

 

 

 

Non riesco ad immaginarmi Matteo felice. Perché chi ama il mondo non può che essere infelice. Sì, proprio la felicità. Questa dolce, quieta luce che avvolge le cose e le rende parte dell’orizzonte. Nel restituire al mondo la sua innocenza, Matteo perde la sua felicità. Forse si potrebbe dire che la magia è sacrificio, un donarsi dello sguardo al mondo. Una volontá d’unione col mondo in cui s’incontra la propria solitudine e la propria morte o meglio la propria “trasformazione. Il mago come l’eroe è essenzialmente un uomo solo. È una falena che si volge alla luce per bruciare del proprio desiderio di luce. Perché la falena ricorda che essa è nata da quella luce e di quella luce vuol ritornare a far parte. E forse ogni ricordo è ricordo di un ritorno a casa.

 

 

 

 

 

Cosimo Mangione

 

"Docente alla Technische Hochschule di Norimberga"