Dal capitolo 1

 

 

Il rintocco dei passi nella coscienza. Il sussurro silenzioso della notte nell’anima… come foglie assopite nel pensiero dell’eterno ritorno. Gli alberi d’olivo cantavano la loro egregia presenza accarezzati dalla fioca luce di una luna nascente. Come una falce che scandiva cicli senza fine, nella freddezza dell’inverno notturno sull’anfiteatro di brillanti stelle danzanti.

 

E si dondolavano sentieri ritorti tra minuti muretti di pietre invecchiate dal tempo. Profumi di erba calpestata dalla brina notturna. Sterpaglie che fermavano il passo di audaci viaggiatori della notte, fantasmi notturni che attraversavano la presenza delle cose, attorniati dal misterioso eppur svelato mondo dell’unità. Cammini già trascorsi nel giorno sofferto e ora nascenti alla nuova luce dell’oscurità rivelata. Nella pienezza dell’universo, il suo magico gioco di luci e ombre… come un teatro fantastico, una giostra con cui giocare, vivere, diventare.

 

Passo dopo passo… respiro dopo respiro… inebrianza di frescura, brezza ridondante.  E poi nuovamente ripensare al giorno che sarà, nell’imminenza di ciò che è stato, per assaporare ciò che è. La magia della sera per penetrare la notte nel suo grembo divino, atto d’amore e d’assorbimento ultraterreno, dimenticando gli umani, ricordando gli immortali e sperando nella vittoria degli uomini, oramai non più anelito ma certezza di essere… nell’infinito di una goccia d’acqua frammentata dalla luce colorata, specchiata in se stessa, sorridente nell’osservare il suo corpo di gloria buttato via subito dopo come una nuvola discesa dal cielo nella pioggia battente.

 

Le smisurate campagne avvolte dall’oscurità lasciavano il passo a strette casupole di pietra. L’infinito dell’orizzonte, sussurrato all’orecchio dell’anima e perso tra le foglie degli alberi, si ritraeva nel labirinto di stretti muri invecchiati dal tempo… ricordi di gioventù trascorse nella fugacità dell’infanzia morente, non più anelito di passate glorie ma ricordo di sospiri senza ragion d’essere. Come potevano diventare quei giorni fugaci speranze future senza lasciare tracce di strade costruite a priori. Quanti giorni e quante notti dovevano ancora trascorrere per mutare in oro viottoli sino a quel momento senza uscita.

 

Ma il passo sicuro di quel giovane dai capelli arruffati faceva presagire che già tutto era compiuto. Nessun sentiero costruito era per lui ostacolo insormontabile. Nessuna fragranza del passato poteva mutare il suo respiro divino e nessun umano sarebbe riuscito a conquistare il suo nobile spirito perso nella vastità di se stesso. La morente notte annuale iniziava un nuovo percorso. Il grande giorno si risvegliava ricordando se stesso, le sue passate glorie e le certezze future. Ancora senza forza doveva attendere con pazienza che le notti vergini capricornine, pure e immacolate, lasciassero il posto al futuro impulso di vita dell’animale sacrificato. Era troppo presto per diventare tutto ciò, resuscitare al nuovo regno… iniziare un nuovo ciclo d’essere. La lunga notte emanava ancora la sua dolce sinfonia scandita dal tempo e dai passi di quel giovane che, oramai, s’inoltrava tra le strade di quel paese desolato. Il paese del sole, crocevia di popoli e, nel mezzo lui con la sua folle brama d’infinito. Aveva attraversato campagne solitarie quella sera; respirato la dolce aria notturna di un gennaio freddo e secco, seduto sugli invecchiati sassi di muretti a secco, accanto alla bianca breccia di una via battuta dalle ruote dei carri trainati da stanchi cavalli. Gli alberi d’ulivo contorti dalla vecchiaia erano penetrati nella sua coscienza, sulle onde di una luce che non si vedeva ma che esisteva al di là della finta apparenza.  E ora, fermandosi tra le strette case di terra e pietre, osservava attonito lo stretto borgo del paese dove lui era conosciuto più di qualunque altro abitante.

 

 

 

 

 

Dal capitolo 5

 

 

«Questi sono dei rubini colorati della migliore fattura possibile» disse Matteo «Al mondo non ci sono altre pietre di questa perfetta lavorazione. I colori di questi rubini rappresentano i colori fondamentali con i quali l’universo è stato costruito: c’è il rosso con il ciano, il verde con il magenta, il blu con il giallo. Ti prego di osservarli attentamente e lasciare che ogni colore vibri dentro di te nella sua unicità. Però, tra tutti questi c’è un solo rubino, uno solo che possa aprire questa porta segreta. Devi sceglierlo tu a seconda di come esso vibrerà nel tuo cuore perché questa porta si aprirà solo se la vibrazione di quell’unico rubino colorato sarà in armonia con la tua. Scegline uno e, se la porta si aprirà, portalo con te durante il viaggio. Sostituirà la candela che hai in mano e che ora poserai qui. Altrimenti, se la porta non si aprirà, rimarremo qui e rimanderemo a un’altra volta il viaggio che ci attende. In questo caso vorrà dire che non sei ancora pronta per affrontare l’ignoto».

 

 

 

Dal capitolo 10

 

 

Matteo cominciò a ruotare in tutte le direzioni il rubino trasparente. La luce che emanava si frazionò in tutti i colori dell’arcobaleno. Fu a quel punto che Giulia assistette a qualcosa di straordinario. Vide il rubino trasparente posato sulla mano di Matteo sprigionare fuori da se stesso tutti i colori possibili in una miriade di forme luminose evanescenti. La magia avvolse tutto. Tante luci colorate cominciarono a creare mille forme fantastiche danzando in quella magica grotta bianca, tra le acque le cui correnti seguivano il percorso di quelle luci. La loro danza emanò una dolce musica sovrumana e lo spettacolo durò tanto tempo durante il quale nessuno dei due parlò.

 

Le mille luci colorate espressero con la loro danza il gioco della vita in un intrecciarsi di forme luminose oltre il mai visto, creavano meravigliose forme geometriche… poi le dissolvevano per crearne delle nuove ancora più appariscenti. Anche la musica seguiva il loro ritmo d’espressione che dall’interno le muoveva sinuosamente verso un’estetica mai vista. Aumentavano d’intensità per poi modellare paesaggi oltre il conosciuto proprio come gli ologrammi del gioco dei rubini colorati. Il divino assorbì tutto in quel luogo al centro della Terra. Sino a quando, pian piano, quelle meravigliose luci colorate ritornarono nel rubino trasparente e anche la soave musica delle sfere si assorbì nel grembo del silenzio come la fine di una sinfonia o di un melodramma. Matteo aveva ancora in mano il rubino trasparente. Disse a Giulia: «Hai assistito alla danza dei rubini colorati che sopraggiunge quando il gioco finisce. Questo rubino trasparente ora è tuo. Racchiude non solo tutta la mia conoscenza, non solo la conoscenza di tutte le genti del mondo alla ricerca della propria divinità ma racchiude anche la conoscenza di tutto l’universo per come è stato concepito dalla Coscienza».

 

Giulia divenne pensierosa ma felice. Non disse nulla e attese che Matteo finisse di parlare. Era rimasta sconvolta dalla bellezza di quella danza sconosciuta agli umani. Guardò Matteo e vide il suo volto radioso illuminarsi di una magica luce interiore. Nel mentre le porgeva il rubino trasparente le disse: «Quando ritorneremo nel mondo che ci attende concentra sempre la tua attenzione su questo rubino trasparente ma gioca con i rubini colorati come tu meglio credi perché in questo solo rubino sono contenuti tutti gli altri».

 

 

 

 

 

Dal capitolo 11

 

 

Attesi ancora senza proferire parola, seduto alla sedia come un bimbo innocente. Egli mi guardò fisso negli occhi avvicinando il volto alla fiamma della candela. La luce batté radente il suo viso mettendo in risalto le rughe che correvano sulle sue guance un po’ affossate. Poi spalancò gli occhi verso di me e disse: «Fui perseguitato da l’inglesi per quarantacinque anni, con falsi testimonj, me menaro carcerato et confinato in Roma et tormentato per herisia, mesi quindeci, mortalmente…che di poi che sono stato absoluto dal santo offitio».

 

Compresi ciò che mi disse poiché conoscevo la sua storia e ciò che gli era accaduto nella vita che aveva vissuto nel millecinquecento, non per come lo avevo immaginato io. In quel contenitore era nato nel segno del Leone, aveva viaggiato da una città all’altra di tutta l’Europa e si era trovato al cospetto di pontefici e nobili. Tutt’altra cosa del Matteo che avevo descritto nel mio libro. Ora, invece, appariva davanti a me con le sue vere vesti di un tempo. Tuttavia non riuscii subito a comprendere ciò che questo poteva significare per me. Perciò gli chiesi: «Perché mi narri la tua storia? Lo sai che io so molte cose riguardo a te».

 

Lui mi rispose così: «Avendo io havuto la resolutione in Roma dalla santità, che li pronostici de nascimenti e astrologia per intertenimento de signori et non per guadagno e senza superstione non è in culpa. Tu, mio caro Tommaso, sii attento e accontentati di tener questi pronostici in loro segreto, et non farsi copia ad ognuno».

 

Io sorrisi in tono beffeggiante. Poi mi alzai velocemente, presi la sedia e mi sedetti di fronte a lui. Ora la luce della candela illuminava i nostri volti legati assieme dalla coscienza. Mi feci serio e gli dissi: «A me non importa nulla di Francesco I, di Carlo V, del marchese Del Tufo, di Giovanni d’Austria, del De Capua e tantomeno di Orio. Vedi, Matteo. Di tutta questa gente, te lo dico con il cuore, non m’interessa proprio nulla! Li pronostici non li terrò in mio segreto, et non farsi copia ad ognuno perché io non pronostico assolutamente nulla che non riguardi il mio presente e sottolineo mio, poiché il mondo non esiste se non nella mia testa!».